Dissesto idrogeologico in Italia, Rapporto Ispra 2018

Per la prevenzione del rischio idrogeologico ed il recupero dei danni subiti dal territorio italiano negli ultimi quarant’anni, va ripensata una struttura tecnica centrale Ministeriale, che si occupi di progetti, lavori di sistemazione idrogelogica e recupero dei territori colpiti dagli eventi idrici e meteorici nei bacini idrografici di collina e valle, ma sopratutto in quelli montani.
No Agenzie, no ministeri senza struttura e portafoglio, no incarichi a privati, ma solide strutture Ministeriali che coordinino  anche le Regioni, per le parti di loro competenza.
(Movimento Azzurro)

Dissesto idrogeologico in Italia, Rapporto Ispra 2018

Oltre 7 milioni di persone risiedono in aree vulnerabili, mentre cresce ogni anno il numero dei comuni a rischio idrogeologico. All’indomani dell’emergenza maltempo che ha colpito l’Italia da Nord a Sud portando con sé un tragico bilancio di vittime, lo scenario delineato dall’Ispra nell’ultimo Rapporto sul dissesto – presentato lo scorso luglio alla Camera dei Deputati – è stato al centro del dibattito pubblico di questi giorni. Connesso al tema del dissesto anche quello del consumo di suolo, fenomeno di cui ogni anno Ispra pubblica l’aggiornamento dei dati nazionali.

Il Rapporto Ispra sul dissesto idrogeologico in Italia, edizione 2018 fornisce il quadro di riferimento aggiornato sulla pericolosità per frane e alluvioni sull’intero territorio nazionale e presenta gli indicatori di rischio relativi a popolazione, famiglie, edifici, imprese e beni culturali.

Le drammatiche vicende delle ultime settimane, che, a seguito di una violenta perturbazione, hanno prodotto vittime e danni ingenti in varie parti d’Italia, dalle Dolomiti alla Sicilia, spingono in questi giorni il Paese ad analizzare la sicurezza del territorio e la questione del dissesto.

Il documento dell’Ispra ha aggiornato lo scenario del dissesto idrogeologico in Italia: nel 2017 è a rischio il 91% dei comuni italiani (88% nel 2015) ed oltre 3 milioni di nuclei familiari risiedono in queste aree ad alta vulnerabilità. Aumenta la superficie potenzialmente soggetta a frane (+2,9% rispetto al 2015) e quella potenzialmente allagabile nello scenario medio (+4%); tali incrementi sono legati a un miglioramento del quadro conoscitivo effettuato dalle Autorità di Bacino Distrettuali con studi di maggior dettaglio e mappatura di nuovi fenomeni franosi o di eventi alluvionali recenti.

Complessivamente, il 16,6% del territorio nazionale è mappato nelle classi a maggiore pericolosità per frane e alluvioni (50 mila km2). Quasi il 4% degli edifici italiani (oltre 550 mila) si trova in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata e più del 9% (oltre 1 milione) in zone alluvionabili nello scenario medio.

Complessivamente, sono oltre 7 milioni le persone che risiedono nei territori vulnerabili: oltre 1 milione vive in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata (PAI – Piani di Assetto Idrogeologico) e più di 6 in zone a pericolosità idraulica nello scenario medio (ovvero alluvionabili per eventi che si verificano in media ogni 100-200 anni). I valori più elevati di popolazione a rischio si trovano in Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Lombardia, Veneto e Liguria.

Le industrie e i servizi posizionati in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata sono quasi 83 mila, con oltre 217 mila addetti esposti a rischio. Il numero maggiore di edifici a rischio si trova in Campania, Toscana, Emilia-Romagna e Lazio. Al pericolo inondazione, sempre nello scenario medio, si trovano invece esposte ben 600 mila unità locali di impresa (12,4% del totale) con oltre 2 milioni di addetti ai lavori, in particolare nelle regioni Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Lombardia e Liguria dove il rischio è maggiore.

Minacciato anche il patrimonio culturale italiano. I dati dell’ISPRA individuano nelle aree franabili quasi 38 mila beni culturali, dei quali oltre 11 mila ubicati in zone a pericolosità da frana elevata e molto elevata, mentre sfiorano i 40 mila i monumenti a rischio inondazione nello scenario a scarsa probabilità di accadimento o relativo a eventi estremi; di questi più di 31 mila si trovano in zone potenzialmente allagabili anche nello scenario a media probabilità. Per la salvaguardia dei Beni Culturali, è importante stimare il rischio anche per lo scenario meno probabile, tenuto conto che, in caso di evento, i danni prodotti al patrimonio culturale sarebbero inestimabili e irreversibili.

I comuni a rischio idrogeologico: in nove Regioni (Valle D’Aosta, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Molise, Basilicata e Calabria) abbiamo il 100% dei comuni è a rischio. L’Abruzzo, il Lazio, il Piemonte, la Campania, la Sicilia e la Provincia di Trento hanno percentuali di comuni a rischio tra il 90% e il 100%.

16 ottobre: Giornata mondiale dell’alimentazione una iniziativa del Movimento Azzurro in collaborazione con il CTG – Borghi – Cibo – Cultura

Borghi – Cibo – Cultura

Borghi - Cibo - Cultura

Progetto il Mio Borgo
Patrocinio Ministero dei Beni e delle Attività Culturali

Sentieri dei Cibi Tipici e delle Specialità Enogastronomiche
per una promozione delle indicazioni:
Anno dei Cammini (2016); Anno dei Borghi (2017);
Anno del Cibo e Anno Europeo del Patrimonio Culturale (2018)

il Movimento Azzurro, in collaborazione con il Centro Turistico Giovanile
propone una iniziativa incentrata sul Cibo e sul Patrimonio Culturale
In riferimento al Cibo, le iniziative poste in campo, coinvolgono i territori delle Regioni Basilicata per la cultura e L’Abruzzo,
una terra ricca di prodotti tipici locali e di tradizioni culinarie popolari.

Saranno individuati prodotti dell’enogastronomia specifica dei singoli borghi che concorrono alla costituzione del patrimonio alimentare “Made in Italy” e che rappresentano un riconosciuto veicolo per l’incremento del flusso turistico nazionale ed internazionale.

Nei borghi prescelti saranno individuate produzioni tradizionali, rintracciandone percorsi storici ai fini di un inserimento nei previsti volumi e mostra/incontro sull’iniziativa, che saranno presentati a Roma in una sede istituzionale, entro il prossimo mese di dicembre

Uno spazio sarà inoltre dedicato agli antichi cibi e ricette delle Abbazie e dei Conventi (in specie culinaria Celestiniana), ai cibi dei trabocchi e al cibo (di un tempo) dei tratturi. Paesaggio e Natura (faggeti e querceti centenari), e architetture offriranno uno spaccato delle varie epoche artistiche che si iscrivono al ricco Patrimonio Culturale regionale e nazionale.

In riferimento al Patrimonio Culturale verrà realizzata in Basilicata un’iniziativa, che vedrà coinvolte tutte le ecosezioni del M.A.
per richiamare l’attenzione sui beni ambientali, archeologici, paesaggistici dell’Alta Valle della Salandrella, nel Parco Regionale di Gallipoli Cognato e delle Piccole Dolomiti Lucane per formulare la richiesta di elevare il petroglifo di Pietra della Mola a Patrimonio Riconosciuto dall’Unesco, in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri nella cui tutela ricade il territorio interessato.

l’insieme delle esperienze sopradescritte e loro estensioni saranno oggetto di un Convegno/Mostra che sarà incentrato sul tema: Sentieri dei Cibi Tipici e delle Specialità Enogastronomiche: si terrà in apposito luogo/convegni con idonei spazi che permettano l’allestimento di una mostra che presenterà una serie di disegni e acquerelli e fotografie che ben rappresenteranno borghi – cibo – beni culturali; saranno inoltre presenti una nutrita serie di tavole a colori realizzata dall’umorista Abruzzese Lucio Trojano con al centro i borghi e i cibi della regione; e una serie note di cibo simbolo dei continenti e immagini di cibo negato realizzate nel mondo dal fotografo-autore Marcello Carrozzo, perché non sia trascurata anche questa dimensione drammatica.

Al progetto sono chiamati a collaborare enti, organizzazioni, associazioni che hanno a cuore uno sviluppo armonico dei nostri territori.

 

Parco Regionale Gallipoli Cognato Piccole Dolomiti Lucane-6 ottobre conferenza di presentazione del progetto della associazione ambientalista Movimento Azzurro ANNO DDEL CIBO E ANNO EUROPEO DEL PATRIMONIO CULTURALE.

 

Si è svolta sabato 6 ottobre presso la nostra sede la conferenza di presentazione del progetto della associazione ambientalista Movimento Azzurro ANNO DDEL CIBO E ANNO EUROPEO DEL PATRIMONIO CULTURALE. Alla conferenza erano presenti, oltre al Vice Presidente del Parco Rocco Trivigno, il presidente nazionale di Movimento Azzurro Rocco Chiriaco, il Vice Presidente nazionale Movimento Azzurro Nello Russo, il Presidente della Accademia Scientifica di Movimento Azzurro Dante Fasciolo. #parcogallipoli #movimentoazzurro

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Dentro e fuori il Castello : storie di uomini- Modica 17 agosto 2018 a cura del Movimento Azzurro

Venerdì al Castello di Modica: Dentro e fuori il Castello: storie di uomini. Letture sceniche, il terzo appuntamento organizzato dai volontari del Movimento Azzurro che, in questa estate modicana, si sono spesi, non solo per garantire l’apertura del sito a vantaggio di coloro che desideravano visitarlo, ma si sono anche impegnati, con i pochi mezzi a disposizione dell’Associazione, per la realizzazione di eventi che, aiutassero a riscoprire il luogo. Il terzo appuntamento è possibile grazie alla collaborazione dell’ “apprendista suonatore” Umberto De Vicaris e dello scrittore romano Marco De Rosa che saranno protagonisti di una lettura musicale nel suggestivo scenario del Castello dei Conti. Qui i due si divertiranno e ci divertiranno: dalla voce di Marco ascolteremo racconti suoi e racconti modicani; dalla chitarra di Umberto ci lasceremo trasportare nel mondo di quelle parole.
Il napoletano De Vicaris e il romano De Rosa si incontrano nel 2006 a Venezia, dove – dal loro interesse per la scrittura e per la musica, che condividono anche con lo scrittore veneziano Cristiano Dorigo – nasce il gruppo Parole Instabili.
Da qui, comincia un’esperienza artistica decennale che li porterà ad esibirsi in vari e numerosi contesti teatrali, proponendo racconti – di fiction e autobiografici – nati dalla penna e dal vissuto di Marco e Cristiano, che nel 2009 scriveranno a quattro mani il libro Biografie Incerte.
La collaborazione fra i tre continua tutt’oggi, nonostante Marco e Cristiano lavorino ancora a Venezia nell’ambito del sociale, mentre Umberto si è trasferito a Modica, dove ha ritrovato il suo Sud.
Così, dopo il reading “Cicli di Vita” presentato da Umberto e Cristiano ad una nota Libreria di Modica, adesso è la volta di una lettura musicale che ci aiuti a riappropriarci della nostra storia e dei saperi di un tempo. Letteratura e narrazione, strumenti fondamentali per interpretare la realtà, per comprendere ed interagire.

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L’Astrolabio: Eolico in Sicilia – Se Questo E’ un Paesaggio

Il “Governo del Cambiamento” per adesso cambia poco ma, soprattutto comincia molto male per ciò che riguarda la tutela del paesaggio. Fra le prime misure, ha ritenuto di particolare urgenza il ricorso alla Corte Costituzionale contro la Moratoria delle nuove autorizzazioni ad impianti eolici e fotovoltaici decisa dalla Regione Sicilia. Applaudono le cosche …. Oops…. volevamo dire i “facilitatori delle pale sul territorio”….

Il Consiglio dei ministri ha deciso di impugnare davanti alla Corte costituzionale la legge di stabilità della Regione Sicilia, in quanto varie norme eccedono dalle competenze statutarie e violano principi costituzionali. Tra le norme contestate vi è quella che stabilisce una moratoria di 120 giorni al rilascio di nuove autorizzazioni per parchi eolici e fotovoltaici, in attesa del nuovo Piano regionale. Il governo ha fatto ricorso alla Consulta con queste motivazioni, riportate sul sito del dipartimento per gli Affari regionali:

“L’Art. 17 introduce la sospensione del termine per il rilascio delle autorizzazioni per gli impianti eolici e fotovoltaici che oltre a contrastare con l’art. 41 della Cost. limitando la libertà di iniziativa economica ambientale, contrasta anche con la disciplina nazionale (art. 12 del d.lgs. n. 387/2003) violando l’art. 117, comma 3 Cost.

In particolare la disposizione sospende fino a 120 giorni dalla data di entrata in vigore della legge il rilascio delle (relative) autorizzazioni ad impianti di produzione di energia elettrica da fonte eolica o fotovoltaica al fine di verificarne, attraverso un adeguato strumento di pianificazione del territorio regionale, gli effetti sul paesaggio e sull’ambiente.

In base ad una prima opzione ermeneutica, la sospensione potrebbe essere riferita unicamente a nuove istanze autorizzative, cioè in procinto di essere presentate, e non a quelle in istruttoria che sarebbero fatte salve (anche se tale lettura potrebbe essere smentita dall’aggettivo “compiuta” riferito all’istruttoria, che sarebbe quindi salvaguardata solo se compiuta).

In base a tale interpretazione, la disposizione integra la violazione dell’art. 41 Cost. in base al quale l’iniziativa economica privata è libera così come è libera l’attività di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Quest’ultima si inquadra infatti nella disciplina generale della produzione di energia elettrica che, secondo principi di derivazione comunitaria, è appunto attività libera, nel rispetto degli obblighi di servizio pubblico (art. 1 decreto legislativo n. 79 del 1999 di attuazione della direttiva 96192/CE recante norme comuni per il mercato interno dell’energia elettrica). A tale attività si accede dunque in condizioni di uguaglianza, senza discriminazioni nelle modalità, condizioni e termini per il suo esercizio.

Ciò detto, la sospensione fino a 120 giorni nel rilascio delle autorizzazioni non trova ragionevole giustificazione nell’utilità sociale, mentre determina la violazione di detto termine, se non altro per i procedimenti in cui è stata già acquisita la VIA ovvero per le istanze già corredate di tale valutazione ambientale. In tal senso la legge contrasta con la norma di principio di cui all’art. 12, comma 4, del d.lgs. 387/2003, ispirata alle regole della semplificazione amministrativa e della celerità, da applicare in modo uniforme sull’intero territorio nazionale per garantire la conclusione entro un termine definito del procedimento autorizzativo. Più precisamente, la legge regionale impedisce la conclusione del procedimento unico e il rilascio dell’autorizzazione entro il termine perentorio di 90 giorni previsto dal ciato comma 4 dell’art. 12, riconosciuto pacificamente dalla Corte Costituzionale come principio fondamentale della materia (Corte Cost. n. 364 del 2006, n. 28212009, n. 12412010) e riservato pertanto alla competenza legislativa statale. In proposito, risulta evidente il contenuto non derogabile delle statuizioni contenute nelle direttive n. 2001/7710E e n. 2009128/CE, attuate, rispettivamente, con il d.lgs. n 387 del 2003 e con il d. lgs. 2812011, in quanto il legislatore comunitario, nel porre a carico degli Stati membri l’obiettivo di promuovere il maggior utilizzo delle fonti di energia rinnovabili, ha a tale scopo indicato i termini entro i quali essi devono raggiungere determinati risultati.

Peraltro, la salvezza della “compiuta istruttoria delle istanze, pervenute” contenuta nell’art. 17 in esame appare del tutto incongruente se l’istruttoria, pur non compiuta, ha riguardato gli aspetti paesaggistici ed ambientali delle iniziative in questione, atteso che il non meglio identificato “adeguato strumento di pianificazione del territorio regionale” ha proprio lo scopo di verificare gli effetti sul paesaggio e sull’ambiente correlati alla realizzazione di impianti di produzione di energia elettrica da fonte eolica o fotovoltaica ed è quindi idoneo, attraverso la prevista sospensione, a condizionare il rilascio delle relative autorizzazioni ed il contenuto delle stesse.

Alla luce delle considerazioni che precedono e sulla scorta della giurisprudenza costituzionale richiamata, si ritiene che la norma sia da censurare.”

Eolico Industriale – Ambientalisti Controvento

Le associazioni ambientaliste non sono tutte lì a perorare la nuova ondata di incentivi alle installazioni eoliche prevista dalla SEN 2017. Altura, Amici della Terra, Comitato per la Bellezza, Comitato Nazionale per il Paesaggio, Italia Nostra, Lega Italiana per la protezione degli Uccelli, Mountain Wilderness, Movimento Azzurro, Stop al Consumo di Territorio, Verdi Ambiente e Società e Wilderness Italia, con un nuova argomentata lettera, si rivolgono ai Ministri competenti del nuovo Governo affinchè sia ritirato il decreto ministeriale per le nuove aste previste per il biennio 2019 e 2020, per scongiurare una riduzione delle tutele territoriali e paesaggistiche e per evitare che il nuovo Piano Energia e Clima obblighi a costruire impianti eolici dovunque e “a tutti i costi”. Ne pubblichiamo il testo integrale.

 

 

Al Ministro per lo Sviluppo Economico Luigi Di Maio

Al Ministro dell’Ambiente e della tutela  del Territorio e del Mare Sergio Costa

Al Ministro per l’Economia Giovanni Tria

Al Ministro per i Beni e Attività Culturali  Alberto Bonisoli

Al Ministro degli Affari regionali e delle Autonomie Erika Stefani

Al Ministro degli Affari Europei Paolo Savona

Roma, 25 giugno 2018

Egregi Ministri,

Il 31 luglio dello scorso anno le scriventi associazioni ambientaliste, tutte fautrici delle fonti energetiche rinnovabili (di seguito FER) ma consce dei limiti delle fonti rinnovabili elettriche intermittenti – e delle conseguenze della colossale speculazione finanziaria e territoriale che caratterizza il loro sviluppo da anni ingovernato – avevano trasmesso  al Presidente del Consiglio dei Ministri ed ai Ministri interessati una lettera di osservazioni al documento sottoposto a consultazione pubblica “Strategia Energetica Nazionale” (di seguito SEN), individuandone alcune implicazioni negative (LINK). Lo scopo era quello di richiamare una più rigorosa valutazione, in primo luogo, sulle gravi conseguenze derivanti dal perdurare di una politica disinvolta in materia di insediamento di centrali eoliche.

In estrema sintesi, si chiedeva allora di fermare il non necessario disastro urbanistico, territoriale, ambientale, paesaggistico in atto con la corsa all’eolico (e ad alcune altre tecnologie impattanti come il cosiddetto mini-idro), e di dirottare più utilmente le risorse finanziarie verso serie politiche di efficienza e risparmio energetico, riscaldamento-raffrescamento, trasporti e soprattutto ricerca e innovazione. Si accettava una eventuale, moderata crescita delle rinnovabili elettriche non modulabili solo con il fotovoltaico sulle superfici edificate.

Per confrontarsi su tale lettera di osservazioni, il 6 settembre scorso alcuni rappresentanti del cartello di associazioni firmatarie erano stati ricevuti al Ministero dello Sviluppo Economico. Al termine dell’incontro, il segretario generale del Ministero aveva chiesto delucidazioni per iscritto, tra l’altro, sul “consistente recupero della produttività” del sistema idroelettrico a bacino prospettato nel documento comune. Ne era scaturito un pro memoria per il Ministero dal titolo “Enormi potenzialità inespresse del sistema di generazione idroelettrica a bacino esistente in Italia” (LINK).

Nessuna delle nostre argomentazioni, suggerimenti o critiche è stata tuttavia presa in considerazione nella redazione del testo definitivo della nuova SEN.

Al contrario, l’obiettivo europeo al 2030 del 27% della produzione di energia elettrica da FER in rapporto al consumo interno (peraltro non vincolante per i singoli Stati) è stato addirittura portato nel testo definitivo della SEN al 28%, concentrando l’aumento nel settore delle rinnovabili elettriche, il cui obiettivo è stato aumentato, rispetto al già velleitario, costosissimo ed eccessivamente performante 48-50% proposto nel testo della SEN sottoposta a pubblica consultazione, al 55%, e riservando questo ulteriore aumento proprio ai settori dell’eolico e del fotovoltaico (ma di fatto solo eolico), energie ovviamente non programmabili. Una differenza incrementale del 5 – 7% è tutt’altro che trascurabile. Lo scorso anno la produzione dell’intero settore eolico in Italia, con tutti i danni ambientali e paesaggistici che gli oltre 7.000 aerogeneratori esistenti hanno già arrecato, ha corrisposto a circa il 5% dei consumi elettrici nazionali, pari a, si badi bene, 1,5% del fabbisogno energetico complessivo!

La nuova SEN prospetta di impegnare complessivamente, per il raggiungimento degli obiettivi al 2030, altri 35 miliardi di euro. Facendo qualche conteggio elementare scopriamo che il solo aumento dall’attuale 32 – 35% (in condizioni di normale piovosità) al 55% della produzione elettrica da rinnovabili sui consumi previsto per il 2030 dovrà essere, in costanza dei consumi correnti, grosso modo equivalente alla attuale produzione elettrica da FER incentivata, cioè di 65,5 TWh. Appare stravagante credere che per finanziare tale incremento si possano spendere meno di 35 miliardi (ripetiamo: i 35 miliardi dovrebbero essere destinati a tutte le rinnovabili, compresi i settori riscaldamento/raffrescamento e i trasporti) se negli ultimi anni, per incentivare la stessa quantità di energia elettrica, a regime risultano essere già stati impegnati circa 230 MLD, una cifra, cioè, equivalente al 14% del PIL italiano corrente o ad oltre il 10% dell’immane debito pubblico del Paese. Lo sforzo fin qui compiuto ha contribuito alla deindustrializzazione e all’impoverimento del Paese, già colpito dalla crisi economica nell’ultimo decennio.

Non solo: privilegiando, tramite la priorità di dispacciamento, le fonti non programmabili come eolico e fotovoltaico, si è pure destabilizzato tutto il sistema elettrico italiano. Ne leggiamo la gravissima ammissione a pag.115 e 116 della stessa SEN. Nel 2016 non abbiamo solo sperperato 14,4 miliardi di incentivi per sussidiare appena 65,5 TWh su un consumo interno lordo di 321,8 TWh (una spesa, cioè, equivalente a oltre l’uno per cento del PIL annuale, considerando tutti i costi ancillari dovuti alla natura erratica della produzione eolica e fotovoltaica, per incentivare la produzione di appena il 20% dell’energia elettrica consumata in Italia), ma abbiamo anche più volte corso “rischi per la sicurezza”, ovvero black out dalla durata e dagli esiti imprevedibili.

La Strategia Energetica Nazionale si riduce così ad una Strategia Elettrica Nazionale dove appare ormai evidente che ci troviamo ad affrontare le spinte di alcune lobby  che stanno cercando di imporre “una” soluzione come “la” soluzione del futuro, evitando che il dibattito e le analisi prendano in considerazione tutte le soluzioni possibili, scegliendo la migliore, la più conveniente e sostenibile per il Paese. La decarbonizzazione non passa infatti solo dall’elettrico, né tanto meno dall’eolico industriale, meno che mai in Italia.

Non è un caso, per altro, che con il termine “Strategia” energetica si sia evitato quello di “Piano” energetico che, come per le Regioni, avrebbe comportato l’assoggettamento ad una  Valutazione Ambientale Strategica per verificarne la effettiva sostenibilità.

Il Governo uscente, invece, ha lavorato con alacrità, prima dell’incombente fine della legislatura, su due fronti convergenti:

1) per scrivere un nuovo decreto (c.d. decreto FER 1) per altre, ennesime aste per eolico e fotovoltaico (ma che si tradurrà in solo eolico grazie a norme urbanistiche di favore), al fine di incentivare un gran numero di grossi impianti FER non programmabili già nel triennio 2018-2020. Iniziativa del tutto irrazionale e intempestiva se proprio la SEN (pag.17) ne prevede l’evoluzione verso la market parity già dal 2020. La sproporzione nella ripartizione degli incentivi (da addebitare nelle bollette elettriche) favorisce alcuni comparti a scapito di altri ed esclude, senza preavviso e motivo apparente, interi settori. Considerando poi che gli impianti FV e eolici di grandi dimensioni sono destinati ad essere incettati, come sta accadendo per quelli già esistenti, da grandi gruppi multinazionali, il decreto appare strumentale a comportamenti speculativi. Questo pessimo provvedimento dovrebbe approdare alla conferenza Stato Regioni, dalla quale riteniamo doveroso che sia ritirato per risparmiare alla Nazione ulteriori danni.

2) per una legislazione ambientale più permissiva per l’eolico. Leggiamo dalla nuova Sen: (pag. 266) “A livello amministrativo si proporranno (…) linee guida (…)  in materia di energia (…) in particolare in tema di semplificazioni delle autorizzazioni per le infrastrutture e gli impianti energetici (…) In questo processo di semplificazione, un’importanza specifica avrà l’aggiornamento delle linee guida sugli impianti di produzione di energia elettrica rinnovabile…” e (pag. 88): “Per la questione eolico e paesaggio, pare opportuno un aggiornamento delle linee guida per il corretto inserimento degli impianti eolici nel paesaggio e sul territorio, approvate nel 2010, che consideri la tendenza verso aerogeneratori di taglia crescente e più efficienti, per i quali si pone il tema di un adeguamento dei criteri di analisi dell’impatto e delle misure di mitigazione“.

Va da sé che siamo assolutamente contrari alla riduzione delle tutele per l’installazione di nuovi o più potenti impianti eolici, che anzi meriterebbero ben altre modifiche. Già adesso le linee guida nazionali in materia di eolico offrono tutele risibili mentre Piani paesistici e norme urbanistiche regionali in materia sono “ostaggio” di plateali condizionamenti. Parlare di “mitigazione” (si veda anche la pag. 55 della SEN) risulta offensivo non tanto per noi ma per il buon senso di chi usa questo termine per impianti colossali posti il più delle volte in cima alle montagne e nelle aree più preservate del Paese. Una virtuale passeggiata tra le colline martoriate dell’Italia Centro meridionale varrebbe più di mille descrizioni.

Sebbene i partiti vincitori delle recenti elezioni politiche avessero espresso forti critiche al provvedimento, come anche alla SEN, in quanto “atto politico realizzato da una composizione parlamentare nettamente diversa dall’attuale”, l’iter per il decreto FER 1 è proseguito anche dopo il voto, contro tutte le evidenze e nonostante gli obiettivi al 2020 già da tempo raggiunti, i rischi di black out, l’usura tecnologica precoce delle pale e dei pannelli già installati, i costi in bolletta già ora esorbitanti, gli aumenti preannunciati nelle bollette elettriche delle famiglie e delle piccole e medie imprese a causa dei costi accessori indotti dalle FER non programmabili (per il finanziamento agli energivori, il capacity market, gli effetti del sistema degressivo rinviato appositamente a dopo le elezioni, le nuove reti “resilienti”, i sistemi di accumulo e soprattutto, in prospettiva, per il costo schiacciante dei nuovi incentivi per raggiungere gli obiettivi della SEN al 2030), le alternative più convenienti, ecc.

Non ha prodotto alcun effetto ostativo neppure il traumatico annuncio da parte del Ministero dell’Ambiente tedesco che la Germania – alla cui politica di svolta energetica (Energiewende) gli estensori della SEN hanno tratto evidente ispirazione – non avrebbe rispettato il suo impegno di riduzione delle emissioni di CO2 come stabilito dagli accordi europei per il 2020, nonostante i traumatici e costosissimi 58 GW di eolico installato (in Italia sono meno di 10 GW), e 43 GW di potenziale solare. Non è qui inopportuno ricordare che la maggioranza degli aerogeneratori giganti installati in Italia provengono proprio da imprese tedesche.

Pur tuttavia, le nostre maggiori preoccupazioni e l’urgenza della nostra richiesta di incontro risiedono anche nell’incombere dei tempi di presentazione del Piano Nazionale energia e clima. Lo sviluppo della SEN 2017 è propedeutico alla preparazione di un cosiddetto “Piano Nazionale energia e clima” (anche questo sfuggendo agli obblighi di VAS), la cui prima versione dovrebbe essere trasmessa in bozza alla CE entro la fine del 2018. Ecco come il testo definitivo della nuova SEN (pag. 259) illustra la sia pur fluida situazione attuale: “Sebbene il dibattito sulle proposte comunitarie sia in corso, sembra condivisa, nelle sue linee generali, la parte della proposta di regolamento che richiede a tutti gli Stati Membri di redigere dei Piani nazionali integrati per l’energia e il clima (…) In quest’ottica, la SEN 2017 costituisce la base programmatica e politica per la preparazione del Piano energia e clima, che dovrebbe essere trasmesso in bozza entro la fine del 2018 e in versione definitiva entro la fine del 2019”.

Nel Piano Nazionale energia e clima verranno dunque tradotti in cifre gli obiettivi italiani al 2030 illustrati nella Strategia Energetica ed in particolare quelli della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, che ci appaiono, per l’entità sproporzionata dei costi sottesi, il vero traguardo a cui si punta nel documento. Se lo spirito della nuova SEN dovesse essere mantenuto, ci dobbiamo attendere, in prospettiva 2030, l’installazione di una quantità stragrande di pale eoliche. Il successivo Piano Nazionale, se approvato (come sarà approvato) dalla CE, diventerebbe infatti vincolante per l’Italia e renderebbe tale installazione (cha la nuova SEN fa vagheggiare pressoché a costo zero), di fatto, obbligatoria. Si dovranno quindi costruire a tutti i costi impianti eolici dovunque. “A tutti i costi” si deve intendere sia in senso stretto (come esborso finanziario per la collettività) sia in senso metaforico. E cioè, crediamo di potere anticipare, con l’allentamento dei già flebili vincoli ambientali e paesaggistici ed il superamento di ultra decennali tutele amministrative, da considerarsi a quel punto alla stregua di puri e semplici impacci.

Il problema della decarbonizzazione è arduo, costoso e ultra complesso; in corrispondenza, l’orizzonte tecnologico, al pari di quello politico, è in continua e tumultuosa evoluzione.

Dobbiamo perciò evitare di ipotecare il futuro dell’economia nazionale, già altamente regolamentata e compressa, con ulteriori vincoli  – che l’UE non ha nemmeno reso obbligatori – visto che il debito residuo acquisito in incentivi alle FER elettriche ammonta a oltre 150 miliardi  fino al 2031. Ulteriori errori dettati dalla fretta o dall’ideologia alla moda sarebbero esiziali per il Paese e niente affatto risolutivi per i cambiamenti climatici.

Confidiamo che i Ministri competenti del nuovo Governo, nel momento in cui si apprestano a predisporre il Piano energia e clima, vogliano valutare le argomentazioni di una parte importante dell’ambientalismo che ha a cuore il futuro del pianeta ma anche la salvaguardia del territorio e la conservazione del paesaggio italiani.

ALTURA, il Presidente Stefano Allavena
Amici della Terra, la Presidente Monica Tommasi
Comitato per la Bellezza, il Presidente Vittorio Emiliani
Comitato Nazionale per il Paesaggio, direttore Gianluigi Ciamarra
Italia Nostra, il Presidente Oreste Rutigliano
LIPU Birdlife Italia, il Direttore generale Danilo Selvaggi
Mountain Wilderness, il Presidente Franco Tessadri
Movimento Azzurro, il vice Presidente Dante Fasciolo
Movimento Naz. Stop al Consumo di Territorio, il Coordinatore Alessandro Mortarino
VAS Onlus, il Presidente  Guido Pollice
Wilderness Italia, il Segretario generale Franco Zunino

Comuni ricicloni: Potenza raggiunge il 65 per cento di raccolta differenziata-contributo operativo da parte del Movimento Azzurro

Il Comune di Potenza riceve il premio “Obiettivo 65% 2018” alla venticinquesima edizione di “Comuni ricicloni” della Legambiente.

L’assessore all’ambiente Rocco Coviello ha ritirato a Roma il riconoscimento assegnato dal Conai in quanto meritevole di aver “completato l’implementazione del nuovo servizio di raccolta differenziata su tutto il territorio comunale nel dicembre 2017, raggiungendo una percentuale di raccolta differenziata del 50%, con punte mensili del 65%”. Prima della partenza del nuovo servizio si attestava intorno al 22%.

“Abbiamo lavorato senza soluzione di continuità –  commenta l’assessore Coviello – in un settore particolarmente complesso come quello dei rifiuti. I risultati ci stanno dando ragione e ricevere, unici in Italia, questa ulteriore pubblica attestazione conferma come l’impegno, spesso condotto nel silenzio, produca frutti positivi per l’intera nostra comunità cittadina, anche grazie al contributo operativo fornito in fase di start up e follow up da Legambiente, Movimento Azzurro, Wwf e Fare Ambiente”.

Un risultato che per il sindaco di Potenza Dario De Luca è stato possibile grazie al “notevole apporto fornito da Conai, sia qualitativo sia quantitativo, uno delle componenti che ha determinato gli ottimi risultati ottenuti dall’Acta. L’azienda, operando insieme agli uffici comunali, ha realizzato un progetto che ha portato il capoluogo di regione a essere tra le città italiane in grado di conseguire i migliori risultati in tema di raccolta e gestione dei rifiuti”.

Non è l’unico riconoscimento lucano. A livello nazionale l’aumento più significativo di “Comuni rifiuti free” – cioè quei comuni dove la raccolta differenziata funziona correttamente e dove ogni cittadino produce, al massimo, 75 chili di rifiuti (secco residuo) all’anno – è in Basilicata. Sono infatti complessivamente 11 i Comuni lucani rifiuti free, passando dall’1,5% all’8% sul totale, per 22.299 abitanti serviti.

Due i vincitori assoluti in Basilicata. Primo nella categoria comuni sotto i 5.000 abitanti è Sarconi, che vanta una produzione di soli 24,1 Kg/ab/anno di secco residuo prodotto e una percentuale di raccolta differenziata pari all’87,7%. Grazie a questi importanti risultati, raggiunti con una grande partecipazione dei cittadini, il comune ha potuto nell’ultimo anno applicare una riduzione della Tari del 30% in media. In classifica anche i Comuni di Tramutola, Montemurro, San Chirico Nuovo, Maschito, Banzi, Castelsaraceno, Montemilone, Forenza, Cancellara, tutti in provincia di Potenza.

Per la categoria comuni tra i 5.000 e i 15.000 abitanti premiato invece il comune di Tursi (Matera) che si attesta al 74,2 % di raccolta differenziata con una produzione di 66,3 Kg/ab/anno di secco residuo.

Ecosezione Accademia per l’Ambiente G.Merli