LA
VISIONE CRISTIANA DELL'AMBIENTE
Bernard J. Przewozny, O.F.M.Conv.
Centro Francescano di Studi Ambientali
Pontificia Facoltà
Teologica di San Bonaventura
Roma
Le ragioni
per cui l'emergenza ambientale è
di interesse per la cultura
religiosa sono molteplici. Tutte le religioni possiedono una cosmologia o
cosmogonia e con i loro riti, miti e sistemi simbolici, definiscono il rapporto
tra l'uomo, la divinità e la natura.
In quanto la crisi ambientale, e specialmente
le sue cause, mettono in discussione quel rapporto, le religioni non possono
non preoccuparsene. La stessa crisi ambientale costringe il credente - che fa
parte della situazione critica, se non contribuisce ad essa - di esaminare il
suo rapporto con la natura e con Dio.
Un cristiano
viene interpellato profondamente dalla crisi ambientale. Credendo che Dio è creatore onnipotente del cielo e della terra, di tutte le cose
visibili e invisibili, ed essendo obbligato a cercare prima il regno di Dio e
la sua giustizia perché tutte le altre cose gli saranno date in aggiunta, egli
non
può ignorare
l'inquinamento del suolo, dell'aria, e dell'acqua.
Il Nuovo
Testamento ricorda ad ogni cristiano che egli deve diventare una nuova creatura
(Gal 6:15), rinnovata nella conoscenza secondo l'immagine del Creatore (Col
3,10), assumendo la sembianza di Cristo (2 Cor 3, 18). Infatti, la
creazione "attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio ... e
nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù" (Rom 8, 19,21).
Molti santi
nella storia della Chiesa hanno dimostrato una particolare attenzione per il
creato. Qui citiamo due esempi. S. Benedetto, morto nel 547 (circa),
considerava la preghiera ed il lavoro quasi come la voce dell'intera creazione
e in qualche modo anticipava l'eccelso canto della celeste Gerusalemme. S. Giovanni Gua1berto, morto nel 1073, fondatore
della comunità monastica benedettina, nota come l'Ordine di Vallombrosa,
divenne un esempio della cura della terra e di rimboschimento.
E'
particolarmente doveroso introdurre il nostro tema con qualche cenno a San
Francesco d'Assisi, a buon diritto proclamato da Giovanni Paolo II come il
patrono degli ecologisti (Lettera Apostolica Inter Sanctos, 29 novembre 1979).
Ci ricorda il Cantico delle Creature che Francesco era capace di scorgere la
fraternità in tutto il creato e estendeva i suoi rapporti "persona1istici",
se possiamo esprimerci con questa parola, a tutte le creature - frate Sole,
sora Luna e le Stelle, frate Vento, sora Acqua, ecc. - riconoscendo ed
affermando così come l'origine ed il destino di tutti gli esseri creati siano
gli stessi: Dio creatore e redentore.
Francesco
lodava Dio non solo a nome
delle creature ma con e mediante
loro. E questo suo atteggiamento
era particolarmente sentito in riferimento alla "sora nostra matre Terra, la quale ne sostenta e governa, e produce
diversi fructi con coloriti fiori ed erba".
La Leggenda perugina attribuisce a Francesco le seguenti ragioni
per la composizione del Cantico
delle Creature: "Ogni
giorno usiamo delle creature e senza di loro non possiamo vivere, e in esse il
genere umano molto offende il
Creatore. E ogni giorno ci mostriamo ingrati per questo
grande beneficio, e non ne diamo lode, come dovremmo, al nostro Creatore e
datore di ogni bene" (n. 43). Il Cantico delle Creature e la citazione dal testo della Leggenda perugina ci introducono a quattro temi ambientali che consideriamo di
grande importanza per la società contemporanea: (1) la religione e l'ambiente,
(2) il rapporto tra l'industrializzazione
moderna e l'uso delle risorse, (3) l'antropocentrismo, e (4) la definizione
persona1istica del rapporto individuo-bene comune.
(1) La
religione e l'ambiente
Ormai da
più di tre decenni, e sempre in modo più crescente ed esplicito, i filosofi
credenti e teologi discutono della crisi ambientale. Le loro
discussioni hanno pervaso quasi
tutti i campi che interessano l'emergenza: la conoscenza e la metafisica riguardanti la
natura di Dio, l'origine dell'universo e della
vita, la
posizione dell'uomo nella biosfera, il significato
della storia, le origini della scienza moderna, ecc. Così sono stati affrontati
temi di massima importanza: un nuovo modello del rapporto uomo-ambiente, il
rapporto tra l'etica, la scienza, le tecniche e le leggi economiche.
Lo studio di
una possibile origine religioso-culturale della crisi ambientale risale alla
conferenza fatta in chiave polemica da Lynn White, Jr. Lo storico, Arnold J. Toynbee, ha continuato la polemica. Tutti e due attribuivano la crisi
alla tradizione giudeo-cristiana fondata sulle parole di Dio che comandava alla
prima coppia
di soggiogare tutte le creature e di dominarle (Gen 1, 28).
Secondo
White, ammettendo che la scienza e la tecnologia
sono di origine occidentale, il loro uso è stato segnato dal
monoteismo
giudeo-cristiano, il Quale desacralizza la natura, e dal dominio incontrollato, di cui si parla nel primo
libro della Bibbia. Avendo distrutto l'animismo pagano, il cristianesimo ha reso
possibile lo sfruttamento della natura in un modo indifferente
verso le altre creature. Toynbee
"sviluppava"
Questa tesi, dicendo che, secondo la Bibbia,
Dio ha creato il mondo e poteva fare con esso ciò che
voleva; ha scelto di permettere ad Adamo e Eva di fare con il mondo ciò che essi volevano, e questo permesso non veniva
cancellato nemmeno dal peccato originale.
Secondo
i due storici, il monoteismo, come viene enunciato dal primo libro della
Bibbia, ha rimosso la restrizione antica che limitava la
cupidigia dell'uomo attraverso la meraviglia per la natura. Una volta distrutta questa restrizione,
l'impulso umano a sfruttare la natura non era più
controllato dalla pia venerazione nei riguardi della natura.
Sia
White che Toynbee consideravano il testo del Genesi
come una licenza illimitata concessa da Dio all'uomo. Questa interpretazione, come è facile costatare da una lettura pure
superficiale dei Salmi o dei Vangeli, non trova riscontro nella Bibbia, né
negli scritti cristiani posteriori. Per esempio, il Salmo
148 esorta tutta la creazione a lodare il Signore: "Lodate il Signore
dalla terra, mostri marini e voi tutti abissi, fuoco e grandine, neve e nebbia,
vento di bufera ... monti e voi tutte, colline, alberi di frutto e tutti voi
cedri, voi fiere e tutte le bestie, rettili e uccelli alati." Nel Vangelo
di S. Matteo, Gesù così esorta i suoi discepoli ad avere fiducia nel Padre celeste:
"Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano
nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre" (6, 26) .
(2). Il rapporto tra industrializzazione
e uso delle risorse
Oltre le
analisi di carattere storico delle origini delle scienze naturali e oltre il
loro contributo al danno ambientale, dovuto alle loro metodologie matematiche e
quantificabili, l' attuale situazione ambientale rappresenta una crisi della coscienza
individuale e collettiva, una coscienza che dovrebbe vivere in un mondo
quantificato secondo un sistema di valori spirituali, che non sono
quantificabili. Così, anche se le cure scientifiche e tecniche dei singoli
sintomi dell'attuale crisi ambientale sono indispensabili al livello
quantificabile, resta vero che occorre conoscere le fonti più profonde della
formazione della coscienza sociale in seguito alle quali è insorta la crisi ambientale,
cioè, bisogna conoscere anche la perdita di una formazione qualitativa e,
soprattutto, spirituale. Infine, è necessario
riconoscere quanto sia necessario di stabilire un nuovo rapporto tra scienza,
tecnologia, economia e industria, da una parte, e valori religiosi e culturali,
all'altra.
Per
introdurre questo tema, mi permetto di citare un brano preso da Il Piccolo
Principe di Antoine de Saint-Exupéry:
"Quando
voi parlate agli adulti di un nuovo amico, mai si interessano alle cose
essenziali. Non si domandano mai <Qual
è il tono della sua voce? Quali sono i
suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?>
"Ma
vi domandano: <Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo
padre?> A1lora soltanto credono di conoscerlo. Se voi dite ai grandi: <Ho
visto una bella casa in mattoni rosa, con dei gerani alle finestre, e dei colombi
sul tetto>, loro non arrivano ad immaginarsela. Bisogna dire: <Ho visto una casa di cento milioni>, e
allora esclamano: <Com'è bella!>".
Le
parole appena citate ci permettono di illustrare, in maniera concisa, le
differenze, ma non la scontata separazione, tra quantificabilità
della scienza e non-quantificabilità dei valori
etici. Una separazione tra i due potrebbe condurre ad una schizofrenia nella
vita quotidiana di ogni persona. Sarà nostro dovere, quindi, indicare la loro
multidisciplinarità per un rapporto più fruttuoso.
Per
avere un' idea chiara, per quanto è possibile in una tale impresa, di ciò che
intendiamo per quantificabilità
della scienza è necessario presentare una pur breve storia della scienza così come
la conosciamo oggi.
Per
Stanley L. Jaki, O.S.B., Professore di Fisica, Storia
e Filosofia della Scienza, e Accademico Onorario della Pontificia Accademia
delle Scienze, è importante notare che la scienza moderna ha avuto la sua
origine nell'Occidente europeo cristiano.
Secondo questo
famoso studioso, Aristotele nel IV sec. a. C. iniziava ricerche biologiche ma,
per motivi di una teologia panteista, le aveva discontinuate.
Molti
storici si sono posti la domanda perchè la scienza moderna
non è nata in Cina del I millennio a.C., quando gli studiosi cinesi avevano già
scoperto la polvere da sparo senza indagare sulle leggi della natura che
permettevano tale scoperta.
Ancora altri,
studiando il mondo arabo del X e XI sec., si sono chiesti come mai che questa
società, pur molto avanzata nelle scienze matematiche, non abbia creato il
metodo scientifico, che tanto richiede per la sua logica l'uso dei metodi
matematicamente quantificabi1i.
In questo caso si suppone che 1a
re1igiosa sottomissione a Dio - "Islam" letteralmente significa la sottomissione
alla volontà di Dio -impediva la ricerca scientifica proprio per non offenderLo.
Si deve
chiedere perché la scienza moderna è nata nel contesto cristiano. La risposta è
semplice e risiede nella fede nei vari interventi di Dio nella storia della salvezza
e più particolarmente nell'incarnazione del Verbo. L'Evangelista Giovanni
(1,14) asserisce che la Sapienza eterna, cioè il Verbo di Dio, si fece carne.
E' ovvio, quindi, che il Verbo di Dio ha usato la ragione umana. La teologia
cristiana, fedele a questa verità, non poteva non liberare l'intelletto umano
dalle mitologie cinesi e greche e dalla sottomissione islamica. Questa 1iberazione
inevitabilmente ha condotto allo svi1uppo della scienza
moderna.
Gli storici
della scienza ci ricordano che sia le epistemologie scientifiche sia quelle
delle applicazioni della ricerca scientifica attraverso mezzi tecnici hanno
avuto le loro origini nell'Europa medievale. Prima di Jaki, A.C. Crombie affermava che i principi della scienza moderna si
svilupparono tra il XIII e il XIV secolo in Europa. A. Koyrè ha criticato la posizione
di Crombie, sostenendo che la scienza odierna ha
avuto inizio soltanto nel XVII secolo. Egli fondava
questa sua posizione sulla necessità di una introduzione massiccia di matematica,
algebra e calcolo nella logica
delle scienze.
Nonostante
certe pause nella sua corretta interpretazione, come nel caso Galileo, la Chiesa Cattolica sostiene che non è possibile una contraddizione
tra le verità di fede e
le verità della scienza,
anche se quantificata, purché tutte e due rispettino le proprie competenze e
metodologie. Questa dottrina è radicata nella convinzione che Dio è l'origine. il fine e il compendio
di tutta la verità .
Non è
negabile che oggi costatiamo la
quasi totale emancipazione dei metodi scientifici, tecnici e economici
dai valori culturali, religiosi e filosofici . L'influsso
delle idee illuministiche
ha contribuito a questa emancipazione, facendo nascere la rivoluzione
industriale che inevitabilmente doveva considerarsi neutrale vis-à-vis
qualsiasi valore spirituale, morale, o non quantificabili .
Sicuramente l'impatto della scienza sulle varie società ha le sue origini ancora
più lontane. Questo, però, non nega
il fatto che in molte parti del mondo, in una
generazione, si è passati dalla luce generata dall'energia fossile alla luce generata dall'energia nucleare, dal fucile ai missili, dalle comunicazioni
tradizionali via "pony
express" alle
comunicazioni via satellite, dall'allevamento tradizionale degli animali all'ingegneria
genetica. E non possiamo neanche immaginare che
cosa la scienza potrà produrre nella prossima generazione .
Secondo lo
studioso A.C. Crombie, i principi
della scienza e della sua applicazione attraverso i mezzi tecnici hanno avuto il loro
inizio nell' Europa Cristiana del dodicesimo secolo durante il periodo
alchimista. Bisognava aspettare, però, una logica quantificativa
della scienza ed una logica
accumulativa
di un sistema
economico come quello della rivoluzione industriale di cinquecento anni dopo, perchè gli uomini abbandonassero la logica interna della vita qua1itativa delle virtù cristiane per assistere ad un uso meccanicistico della
scienza e della tecnica che,
a volte, andava contro le
leggi divine e naturali. Non è
il libro della Genesi, nel quale tutte le cose sono dichiarate buone, a promuovere quella irresponsabilità che permette all'uomo di
abusare, rovinare, sprecare e distruggere ciò che
esiste per
manifestare
la gloria di Dio.
Alla luce di ciò che abbiamo detto e tenendo conto dei guasti ambientali, risulta
necessaria la ricerca di un nuovo rapporto
tra la scienza quantificata e le risorse limitate ma spesso economicamente sottovalutate.
E' importante notare che la richiesta di un ambiente
migliore è spesso formulata in termini
non quantificabili, piuttosto
in quelli qualitativi . Invece, i tre
elementi dei processi industriali - la ricerca scientifica, le applicazioni tecniche e l'economia - si
sono emancipati dai valori di una cultura qualitativa nella quale hanno avuto la loro origine. E'
stata proprio la
convinzione che un'armonia esiste tra le verità di fede e quelle della scienza a motivare la ricerca scientifica.
Copernico,
Keplero, Cartesio, Galileo, Newton - per menzionare alcuni erano tutti credenti, convinti che solo una fede nell' esistenza di Dio Creatore può ispirare la ricerca delle leggi naturali. Dall'altra parte, con l'illuminismo (Locke, Bayle, Lessing, Kant),
il positivismo (Comte, Saint Simon, Laffitte),
l'empiricismo
(Locke, Berkley,
Hume), l'utilitarismo (Bentham, Mill, Sidgwick) e lo scetticismo (Mersenne, Gassendi, Wilkins, Locke) viene
messo in dubbio questo orientamento epistemologico,
aprendo così la strada ad una ricerca chiusa su se
stessa e, in alcuni casi,
incapace di porsi domande
sulla verità e sull'etica.
La rivoluzione
industriale, pur soddisfacendo bisogni e migliorando il benessere materiale di
molte popolazioni, continua per conto proprio ad emarginare valori e norme
etiche, sempre più estranee alla logica produttiva e cumulativa. Questo modello
emancipato di industrializzazione è stato
esportato o importato, come dimostra la storia, in altri contesti culturali, a partire dal Giappone nell'ultimo secolo, provocando varie forme di secolarizzazione e
schizofrenia culturale.
Le scienze
naturali, la tecnica, l'economia
e l'industria sono
espressioni distintive della creatività umana e non devono essere demonizzate o
considerate anti-umane in se stesse.
Dall'altra
parte, essendo mezzi e non fini in se
stesse, esse devono soddisfare bisogni secondo il dovuto
rispetto per la dignità dell'uomo, per i processi
dinamici della biosfera e per i
diritti delle future generazioni.
La situazione
ci conduce a costatare che all'uomo
manca quella padronanza su
se stesso di cui scriveva Romano Guardini:
"[I] pericolo] non proviene da singole
difficoltà delle quali la scienza e la tecnica non siano ancora
venute a capo, ma da una componente di ogni azione umana, anche la più spirituale, e precisamente
dalla potenza . Avere potenza significa essere padroni
di ciò che ci è stato dato ... L'uomo tiene in pugno in buona
parte gli effetti immediati della natura. Egli ha potere sulle cose, ma non ha
... ancora potere sul proprio potere."
Riconosciuta
la limitazione delle risorse naturali e della loro disuguale
distribuzione sul pianeta, un'etica ecologica non può ignorare un
ordine di valori che impone scelte morali ed uno stile parsimonioso di vita. Per illustrare questo problema,
basta citare le parole dall'introduzione di Piero Melograni e Sergio
Ricossa
al libro Le Rivoluzioni del benessere: "Non si tratta più di non eccedere nella quantità di
dati beni, si
tratta invece di decidere se fermarsi e quando fermarsi nell'acquisizione di nuovi beni sempre diversi, che i l mercato capitalistico offre incessantemente:
ieri il grammofono, il cinema, la
radio, poi la televisione
in bianco e nero e a colori, domani chissà che.
Poiché il
mercato capitalistico presto o tardi offre anche il denaro per comprare le sue novità
merceologiche, spetta al volere dei consumatori accettarle o rifiutarle
(nonostante le pressioni della réclame, e questa è una
scelta morale, oltre che di gusto; una scelta che i nostri antenati non erano chiamati a fare, se non in minima
misura ... In altre parole, l'uomo etico deve oggi affrontare situazioni senza
precedenti."
(3). L'antropocentrismo
Per capire le
cause dell'emergenza ambientale e per poter offrire soluzioni adeguate è necessario che si approfondisca la natura
dell'uomo in tutta la sua realtà. In quanto l'uomo è l'unico nella biosfera capace di
raziocinio e di libera decisione, allora riconoscerlo come tale equivale a capire l'ambiente, perché, senza il raziocinio
dell'uomo, l'ambiente naturale è comprensibile
solo a Dio e agli angeli, ma non è Dio
né un angelo
la causa dell'emergenza ambientale!
E' innegabile
che l'uomo esiste come un essere dipendente dalle strutture, organismi e
risorse della biosfera. Per la
sua costituzione fisica, egli fa parte della
biosfera. Questo però non può condurre a negare che egli, allo stesso tempo,
possiede una dimensione spirituale che lo rende distinto dagli altri esseri.
Soltanto un modello che valuta realisticamente queste due dimensioni umane - la
sua dipendenza dalla biosfera e allo stesso tempo la sua distinzione spirituale
può offrire una base antropologica per una nuova etica ambientale.
In questo
luogo, l'interdipendenza dell'uomo nella biosfera non ha bi sogno di una
spiegazione; essa è stata ampiamente dimostrata dalle
scienze biologiche e paleontologiche. D'altra parte, viene spesso dimenticata o
sottovalutata la dimensione spirituale che distingue l'uomo dagli altri esseri.
Qui, perciò, è opportuno ricordare le qualità che
vengono giustamente considerate come specifiche dell'uomo spirituale e che garantiscono
la sua dignità e permettono una formulazione di una etica ambientale: il
pensiero umano, la capacità di comunicare simbolicamente, di scegliere i suoi
fini liberamente, di creare una propria storia e cultura, e di amare.
L'uomo, che è in simbiosi nella biosfera, ma resta distinto per i suoi atti
intelligenti e liberi, è quindi soggetto ad una valutazione
morale. Nel 1988, la Conferenza Epsicopale Lombarda ribadiva
questo principio: "Il vero problema non è ... quello
di difendere la natura dall'opera dell' uomo, ma
quello di verificare la qualità di tale opera."
E' ovvio che l'essere
delle cose è determinato dal loro divenire secondo la
loro rispettiva natura. Così la natura stessa impone un modo determinato di
agire, e, a causa della certezza pratica acquisita attraverso l'esperienza,
certi eventi possono essere previsti dall'uomo e sfruttati per il suo bene,
purché l'ordine naturale sia rispettato.
Per il fatto che
l'auto-realizzazione personale è
delimitata dall'ordine contingente e naturale, la legge naturale,
interpretata come un codice morale dal soggetto intelligente, è una norma per il suo progetto. Dentro questi limiti, certi atti umani permettono uno sviluppo personale; altri
atti l'impediscono o lo distruggono. Così, colui che agisce
secondo le norme della legge naturale fa bene; colui che agisce contro queste
norme fa male.
Che cosa ci
insegna tutto questo nei riguardi
del rapporto uomo-ambiente?
La persona
umana, a causa della sua interdipendenza
vitale nella biosfera, non
deve essere interpretata a dispetto dei suoi rapporti comunionali
e conviviali con gli altri esseri. Invece, una interpretazione soggettivistica
e individualistica conduce ad un rapporto sfruttatore e, in fine, ad una 1icenza distruttrice della fonte biotica della persona. Al livello sociale, un tale individualismo si tradurrebbe nello sfruttamento
delle risorse contro il bene comune e contro le possibilità di vita delle future generazioni.
Il rapporto
persona-natura, finora delineato , è chiaramente antropocentrico. Esso, però, tiene conto di un' innegabi1e interdipendenza o una vitale simbiosi dell'uomo con
gli altri esseri della biosfera.
Recentemente,
d'altra parte, si è sviluppato un tentativo di sostituire
l'antropocentrismo con un modello biocentrico.
I motivi per questo tentativo si ritrovano
in un sincero interesse per la tutela dell'ambiente e
particolarmente per la difesa della diversità biologica.
Vengono
elaborati, più o meno coerentemente, sistemi di diritti dell'ambiente e diritti
degli animali.
Molti altri
elementi influiscono sul tentativo di abbandonare l'antropocentrismo a favore di
un modello più "organico" del rapporto uomo-ambiente. Certe volte si
reagisce in un modo generico contro un esistenzialismo esasperato. Altre volte,
viene invocato a favore dei diritti degli animali un evoluzionismo che ignora
la differenza qualitativa tra essi e l'uomo. Cosi, ci si appella alla filosofia
del divenire per delineare una interdipendenza organica tra tutti gli esseri
della biosfera, riducendoli ad un processo
di relazioni in opposizione ad una loro sostanziale, pur differente, realtà.
Ancora, un vago
panpsichismo,
inspirato dal sentimentalismo al1egorico e antropomorfico, o fondato sulle filosofie orientali di carattere buddista o
panteista, vorrebbe considerare tutti gli esseri viventi in qualche maniera
uguali.
Con tutta chiarezza, bisogna dire che il
proposto abbandono dell'antropocentrismo
inzierebbe la distruzione del valore intrinseco di
ogni specie. Infine , se il rifiuto dell'antropocentrismo
vuole rinnegare all'uomo l'uso degli esseri inferiori a lui, allora questo
movimento dimentica che ogni specie nella biosfera vive delle altre specie.
E' opportuno
ripetere qui le parole di S. Agostino: "E' la natura delle cose, considerata in se stessa, senza riguardo
alla nostra convenienza o inconvenienza,
che offre gloria al Creatore."
S . Tommaso d' Aquino poteva dichiarare che Di o ha creato tutte le
cose primariamente per se stesso e secondariamente per l'uomo. E S. Bonaventura insisteva che tutto è creato primariamente per la gloria di
Dio e soltanto
secondariamente
per l'utilità delle creature. Tutti e tre gli autori permettono all'uomo l'uso responsabile degli esseri inferiori, secondo le leggi
della natura.
La domanda
che inevitabilmente deve essere posta è la seguente: Dove condurrebbe un
abbandono dell'antropocentrismo?
La risposta è inevitabile: l'abbandono dell' antropocentrismo condurrebbe ad
una mancanza di rispetto per la dignità della persona umana, una dignità che
risiede nella differenza qualitativa dell'uomo dal
resto del creato. Inoltre, l'abbandono dell'antropocentrismo offenderebbe la
volontà e la ragione umana
nonché la
capacità dell'uomo di sviluppare una cultura e di possedere una storia. Invece di potenziare queste capacità e di indirizzarle verso
nuove forme di cultura ambientale, un abbandono dell’ antropocentrismo svaluterebbe
l'uomo in se stesso, distruggendo il fondamento
della sua responsabilità per la
natura. E' importante
ricordare che, secondo le previsioni, le scelte che l'uomo
dovrà affrontare in un futuro non lontano richiederanno una maggiore
responsabilità e senso di abnegazione, se non di
sacrificio. Perciò, secondo la visione antropocentrica, l'uomo deve essere
responsabilizzato maggiormente piuttosto che deresponsabilizzato.
E' proprio l'intelligente e volitiva
"costruzione" della persona come capace di comunione e di convivialità
che deve essere sviluppata e educata prima di qualsiasi considerazione di interesse
soggettivo, consumistico, economico o politico. Altrimenti si verificherà ciò
che Giovanni Paolo II aveva detto, il 29 gennaio 1979, a Puebla, Messico: "Forse una delle debolezze più ovvie della civiltà moderna è l'inadeguatezza della visione de1l 'uomo. Senza dubbi o, la
nostra è l'epoca in cui molto si
parla e si
scrive dell'uomo: l'età delle varie forme
dell'umanesimo, l'età dell'antropocentrismo. Nondimeno, questa è anche paradossalmente l'età delle più profonde angosce degli uomini
sulla loro identità e sul loro destino, l'età dell'umiliazione dell'uomo a livelli prima insospettabili, l'età in
cui i valori umani vengono calpestati come mai prima."
Il tentativo
di abbandonare l ' antropocentrismo può essere interpretato
come un segno del disagio generale che l'età moderna
sperimenta di fronte alla realtà umana.
Nel 1950,
Romano Guardini scriveva cosi della fine dell'epoca
moderna: "C'è un movimento che tende verso l'uomo, ma
non lo raggiunge. Si cerca di afferrarlo, ma
non si riesce a prenderlo nelle mani. Lo si
afferra con
la statistica, gli si assegna un posto nelle organizzazioni, lo si utilizza per
determinati scopi, e ci si trova di fronte allo spettacolo singolare e terribilmente grottesco che tutto ciò si riferisce ad
un fantasma. E persino quando l'uomo patisce violenza, quando è vittima di abuso, è snaturato,
distrutto, non è a lui che si
dirige l'intenzione della violenza."
Richiamando
l'uomo ai suoi doveri, Guardini insisteva che bisogna
ritornare alla legge morale, alla responsabilità, all'onore e alla vigilanza
della coscienza. Invitava gli uomini, appena usciti dalla
distruzione della seconda Guerra Mondiale, al coraggio e alla serietà imposta
dalla verità; altrimenti, gli
uomini
avrebbero continuato a pensare che ogni incremento di potenza è progresso.
Ricordava Guardini che l'uomo moderno aveva dimenticato la possibilità
di abusare della sua libertà: "Avevamo pensato che l'uomo potesse
semplicemente possedere la potenza ed usarne con piena sicurezza. Attraverso
non si sa quale logica delle cose, le quali si sarebbero comportate nel regno
della libertà in modo altrettanto sicuro che nel regno della natura. Ma non è così.
Appena una
energia, una materia, una struttura o qualsiasi altra cosa emerge nel mondo
dell'uomo, vi riceve un nuovo carattere.
Non è più semplicemente natura, ma diviene elemento dell'ambiente umano. Partecipa de1la libertà, ma anche del1a
vulnerabilità dell'uomo, ed acquista perciò molteplici possibilità, sia
negative sia positive. Invece, è necessaria la vera libertà: “Libertà interiore dalle catene della violenza , in tutte le sue forme ; dal potere
suggestionante della propaganda, della stampa, della radio, del cinema; dalla
sete di potere, della sua ebbrezza e dal suo
carattere demoniaco che agisce fin nell'intimo
dello spirito.
Quella
libertà può essere raggiunta solo attraverso una vera educazione, interiore ed
esteriore. E attraverso un'ascetica. Il sentimento moderno rifuggiva totalmente
di fronte all'ascesi; essa rappresentava l'insieme
di ciò da cui intendeva liberarsi.
E proprio per
questo quell'epoca si è interiormente addormentata, abbandonata
a se stessa. L'uomo deve imparare a divenire signore di sé superandosi e rinunciando
a se stesso, e diverrà così signore della potenza."
Bisogna
ricordare che la morale non è
un precetto esterno all'uomo,
ma è il realizzarsi della sua stessa umanità.
Il grande compito della società è di aiutare che la morale prenda forma nella vita. Soltanto così l'uomo può riconciliarsi con l'ambiente naturale,
ristabilendo l'antica alleanza con esso, l'alleanza infranta
a favore del dominio che isola l'uomo nell'immensità indifferente dell'universo.
I tentativi
di abbandonare l'antropocentrismo
possono ridurre l'uomo ad
un cieco processo evoluzionistico e
omogeneo che annienterebbe la sua intelligenza e volontà, togliendo ogni possibilità
di ricondurlo alle sue responsabilità simbiotiche nella biosfera.
(4). La definizione personalistica del
rapporto individuo-bene comune
La
conservazione dell'interdipendenza dinamica della biosfera ripropone il tema del rapporto persona-bene comune. La persona, specialmente in riferimento
al rapporto persona-bene comune, è stata
interpretata dalla modernità in
chiave individualistica,
contrattuale e uti1itaristica. Al contrario,
un'etica
ambientale, che vuole tenere conto dei beni comuni, richiede
una diversa formulazione di questo rapporto, una interpretazione che sappia superare vari tipi di
sfruttamento e mercificazione dell'ambiente per favorire il processi dinamici della vita.
E' stato notato che la definizione moderna
del rapporto persona-bene comune non è in grado di rispondere al bisogno di senso,
significato, e scopo della vita, la quale diventa sempre più complessa,
disorientata e alienante. Le definizioni contemporanee del rapporto non sono
radicate nella trascendenza
che potrebbe
persuadere le persone di mettere il bene comune
al di sopra dei vari
egoismi. Cosi, viene suggerito un comunitarismo personalistico, inteso come
nuova definizione del rapporto persona-bene comune.
Dal 1939 al
1946, J. Maritain criticava tre concezioni filosofiche
della società, relative al rapporto persona-bene comune: l'individualismo
borghese, l ' anti-individualismo marxista e il totalitarismo.
Egli
suggeriva che la persona può essere definita secondo l'individualità delle cose
materiali o secondo
l a sua
realtà più profonda, cioè, secondo l'interiorità ovvero secondo la sua
dimensione spirituale.
Nel primo
caso, la persona è intesa come un'entità isolata in opposizione alle altre
entità;
nel secondo,
la persona si riferisce alla generosità, comunione, convivialità e
partecipazione.
Dal punto di vista della sua materialità, la
relazione della persona alla società e al bene comune si esprime nel rapporto
che esiste tra una parte e la totalità; dal punto di vista della sua
interiorità, quel rapporto è espresso in termini di responsabilità. Le
conseguenze dell'uno o dell'altro modello per la conservazione del bene comune
sono ovvie: nella sua materialità, la persona diventa il centro di
tutto, un
consumatore non-partecipante; nella sua interiorità, la persona è una fonte di
libertà, liberalità e condivisione. Durante la storia, le società hanno
favorito o l'una o l'altra delle due dimensioni della persona, producendo più o
meno accentuati stati di tensione.
Cosi, anche se la vita sociale è naturalmente
ordinata al bene e alla libertà della persona, una tendenza naturale continua a
impoverire la persona, considerandola una parte della totalità o un semplice individuo.
Questa
costatazione, però, non dovrebbe far dimenticare che le strutture della società
devono favorire la fattiva cooperazione delle persona nella costruzione del
bene comune, nel quale si realizza il bene di ogni persona.
Bisogna
notare che il bene comune passa per il bene della persona. In quanto la persona
è allo stesso tempo una realtà spirituale e materiale, il bene personale e il
bene comune di tutte le persone non possono essere identificati semplicemente con
il bene materiale. Se fosse così, prima o poi, il progresso semplicemente
materiale degenererebbe in varie forme di egocentrismo,
conflitto, sfruttamento e discriminazione . In altre parole,
il progresso o lo sviluppo deve essere inteso in senso integrale, in relazione
cioè a tutti i valori umani.
Giovanni
Paolo II ha espresso questo pensiero in maniera eloquente
nel suo discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 2 ottobre 1979:
"L'uomo vive contemporaneamente nel mondo
dei valori materiali e in quello dei valori spirituali . Per l'uomo concreto che vive e spera, i bisogni, le
libertà e le relazioni
con gli altri non corrispondono mai solamente all'una o all'altra sfera di
valori, ma appartengono ad ambedue le sfere ...
[Nella relazione tra i valori spirituali e quelli materiali, il primato spetta ai valori spirituali, per riguardo alla natura
stessa di questi valori come anche per motivi che
riguardano il bene dell’uomo. Il primato dei valori spirituali definisce il significato proprio ed il modo di servirsi dei beni
terreni e materiali, e si trova per questo stesso fatto alla base della giusta
pace ... E' facile constatare che i beni
materiali hanno una capacità non certo illimitata di soddisfare i bisogni
dell'uomo; in
sé, non possono essere distribuiti facilmente e, nel rapporto tra chi li possiede e ne gode e chi ne è privo, provocano tensioni, dissidi, divisioni, che possono
arrivare
spesso alla
lotta aperta". (n. 14)
Conclusione
Anche se per
il credente la biosfera non è
l'assoluto bene, essa
rappresenta un bene personale e comune che supera i vari egoismi personali e
quelli di una singola generazione. Perciò, i diritti ad un ambi ente sano, che
sostiene la vita, devono essere definiti in termini di doveri e di
responsabilità verso il bene comune.
A tal
fine, le strutture istituzionali, e specialmente
quelle educative, devono assecondare la responsabilità
solidale e compartecipativa nei riguardi di quel bene
comune che è la biosfera.
In fine,
richiamiamo le parole del Catechismo della Chiesa Cattolica:
"La
catechesi sulla creazione è di capitale importanza.
Concerne i fondamenti stessi della vita umana e cristiana: infatti
esplicita la risposta della fede cristiana agli interrogativi fondamentali che
gli uomini di ogni tempo si sono posti: 'Da dove veniamo?' 'Dove andiamo?'
'Quale è la nostra origine?' 'Qual’e il nostro fine?' 'Da dove viene e dove va
tutto ciò che esiste?' Le due questioni, quella dell'origine e quella del fine,
sono inseparabili. Sono decisive per il senso e l'orientamento
della nostra vita e del nostro agire". (n.282)
Secondo
lo stesso catechismo:
"L'Eucaristia, sacramento della nostra
salvezza realizzata da Cristo sulla croce, è anche un
sacrificio di lode in rendimento di grazie per l'opera della
creazione. Nel sacrificio eucaristico, tutta la creazione
amata da Dio è presentata al Padre attraverso la morte
e la Risurrezione
di Cristo.
Per mezzo di Cristo, la Chiesa può offri re il sacrificio di lode in rendimento
di grazie per tutto ciò che Dio ha fatto di buono, di bello e di giusto nella
creazione nell'umanità" (n. 1359).
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